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venerdì 3 febbraio 2017

Immigrazione: Serracchiani spreca 165 milioni



Il business dell’immigrazione non si ferma soltanto all’accoglienza. Va oltre. Ogni anno, in Italia, vengono spesi centinaia di migliaia di euro a favore dell’integrazione.
Molte regioni, infatti, grazie ai soldi pubblici, finanziano diversi corsi esclusivi per gli immigrati: da quello per imparare a sciare a quello musicale per il pre-parto.

A guadagnare sugli immigrati decine di associazioni culturali e sportive. Sono loro ad incassare le grasse somme messe a disposizione dagli enti. Come nel Friuli Venezia Giulia. Nella regione rossa guidata da Debora Serracchiani, il budget destinato all’integrazione è di 165 mila euro. Quattro i progetti sponsorizzati dalla dem.

30 mila euro sono destinati all’Associazione sportiva Lega Calcio Friuli Collinare di Udine, per la realizzazione del progetto Calcioxenia, finalizzato all’inserimento sociale dei giovani richiedenti asilo. "Lo scopo è quello di fargli conoscere il calcio. Un progetto come questo rappresenta un investimento soprattutto in termini di conoscenza", ha dichiarato fiera Debora Serracchiani nel corso della conferenza stampa di presentazione. Ad aderire al progetto 82 giovani provenienti da diversi Paesi dell’Africa. 70 mila euro, invece, sono stati assegnati all’Unione artigiani piccole e medie imprese - Confartigianato di Udine, per la realizzazione di alcuni corsi sui mestieri artigiani. Dei corsi a domicilio. Gli artigiani, infatti, si recheranno direttamente all’interno delle grandi caserme dove vivono gli immigrati per tramandargli i vecchi mestieri. 35 mila euro sono stati affidati all’Associazione culturale Mamarogi per la realizzazione di un progetto teatrale. Il fine? Quello di "elevare la qualità del dibattito pubblico sui temi dell’accoglienza e dell’immigrazione". Si legge nel piano di assestamento di bilancio del Friuli Venezia Giulia. Infine 30 mila euro sono stati assegnati all’Associazione Centro culturale Il Villaggio di Udine, per la realizzazione del progetto Tu sei un bene per me, “finalizzato a favorire l’incontro, l’accoglienza, la possibilità di cammino comune fra esperienze diverse attraverso testimonianze, dialoghi, espressione drammatica e musica".

"Ci sono friulani in difficolta, con figli anche piccoli, che non arrivano a fine mese". Denuncia Riccardo Prisciano di Fratelli d’Italia. "Perché la Serracchiani e il Pd non pensano prima ai propri connazionali? Forse sperano di crescere, a pancia piena e a spese nostre, un nuovo elettorato - gli immigrati - che li ringrazierà col voto per queste malefatte anti italiane? Siamo stufi di questo modo indegno della Serracchiani di amministrare i fondi regionali", dichiara Prisciano al Giornale.it. Tutto questo mentre la disoccupazione aumenta e i giovani italiani non sanno più come andare avanti.

Fonte: QUI

Nino Galloni era scomodo ?

L'economista Nino Galloni: "Ho previsto l'euro-disastro e sono stato fatto fuori"


È il 1981. Il ministro del Tesoro, Beniamino Andreatta, invia al governatore della Banca d' Italia Carlo Azeglio Ciampi una lettera, con la quale lo solleva dall' obbligo di acquistare i titoli di Stato rimasti invenduti nelle aste. La decisione, della quale il Parlamento viene tenuto all' oscuro, provoca un aumento dei tassi di interesse, perché da quel momento il Tesoro per piazzare le sue obbligazioni sul mercato deve renderle più convenienti.

Secondo molti, è qui che si origina l' enorme debito pubblico italiano. Lo Stato si indebita non per finanziare investimenti, ma per pagare i costi, sempre più alti, del suo stesso debito: un circolo infernale. In quel 1981 Nino Galloni, figlio di Giovanni, politico Dc tra i più stretti collaboratori di Aldo Moro, non ha ancora 30 anni ma guarda a quegli avvenimenti da un osservatorio privilegiato: da due anni è funzionario del ministero del Bilancio, dove ha conosciuto Andreatta prima che questi traslocasse al Tesoro. Ripercorrendo quelle vicende, Galloni, oggi membro del collegio dei sindaci dell' Inail, parla di "colpo di Stato".

Come si giustificò quella decisione?
«Le ragioni erano tre: anzitutto, dovevamo allinearci alle decisioni prese a livello internazionale; quindi dovevamo combattere la corruzione, togliendo alla classe politica "corrotta e clientelare" l' arma degli investimenti pubblici. Eppure grazie a quello strumento l' Italia si era trasformata da Paese agricolo in una delle più grandi manifatture del pianeta».

E la terza ragione?
«Me la rivelò lo stesso Andreatta, in un colloquio drammatico al ministero del Tesoro. Gli feci notare che molte piccole imprese, pur valide, avrebbero incontrato difficoltà finanziarie, visto che il rialzo dei tassi avrebbe aumentato il costo del denaro chiesto in prestito alle banche. Mi rispose che l' obiettivo era proprio quello: distruggere le piccole aziende, troppe e inefficienti».

Con Andreatta non fu l' unica discussione.
«Gli contestai anche che il debito pubblico sarebbe salito, superando il Pil».

E lui?
«Annuiva, ma poi diceva che le mie preoccupazioni erano esagerate. E invece, come poi s' è visto, erano anche troppo prudenti».

Ma il "divorzio" Tesoro-Bankitalia non contribuì ad abbassare l' inflazione, che nel 1980 era al 20%?
«Quella inflazione non era certo dovuta all' emissione di moneta da parte della Banca d' Italia, ma a fattori internazionali. Negli anni '70 gli Usa rinunciarono a usare le materie prime interne e usarono la loro moneta, che avevano sganciato dall' oro, per importarle. A quel punto, i Paesi produttori di petrolio aumentarono i prezzi».

Se è il mercato a fissare i tassi d' interesse del debito pubblico non premierà gli Stati virtuosi, punendo i viziosi?
«Il mercato è uno strumento fondamentale, ma non si può considerarlo il supremo regolatore. La realtà è che le grandi banche private si mettevano d' accordo tra loro per non comprare i titoli in asta, così da far crescere i tassi. Il bello è che nemmeno in Inghilterra le autorità monetarie esercitarono la loro autonomia in modo estremo come da noi: la Thatcher quando ne aveva bisogno riceveva sottobanco sterline stampate dalla Banca d' Inghilterra, che transitavano attraverso le partite invisibili della bilancia dei pagamenti. C' era un solo argomento fondato in favore del "divorzio"».

Quale?
«Se lo Stato emette più moneta per finanziare il disavanzo, e al contempo l' aumento della domanda interna fa crescere le importazioni, specialmente di lusso (l' imprenditore per ostentare la sua ricchezza passa dalla Lancia alla Mercedes), si crea un problema nella bilancia dei pagamenti con l' estero. Di qui, la necessità di contenere la domanda interna, e quindi anche il Pil, per evitare che l' import aumenti più della crescita. Se però si fosse trovato il modo di agganciare le maggiori emissioni monetarie a una crescita del Pil che non determinasse aumento dell' import, avremmo trovato la quadra. Insomma, bisognava ripensare il keynesismo, che aveva ben funzionato in mercati poco aperti, per adattarlo al mercato globale. Invece, il keynesismo venne semplicemente abbandonato».

Dc, Psi e Pci come si dividevano al loro interno su questo punto?
«Nella Dc tra i favorevoli alla cessione di sovranità monetaria, oltre ad Andreatta, c' erano Goria, Carli e la sinistra politica di De Mita; tra i critici, la sinistra sociale di Donat Cattin e, almeno inizialmente, Andreotti. Nel Psi Craxi era tra i critici e in teoria lo erano pure esponenti come Forte, Formica, Leon, che però erano poi molto sensibili al tema della lotta alla corruzione per ragioni interne di partito; nel Pci tra i critici c' era un centro studi, il Cespe, ma Berlinguer era favorevole alla linea Ciampi. Linea che in Parlamento era in minoranza, come ammise nel 1991 lo stesso Andreatta, giustificando in questo modo la decisione di non coinvolgere l' assemblea».

E in Bankitalia ci fu una dialettica? 
«Altro che dialettica, quelle di Baffi (governatore fino al 1979, ndr.) e di Ciampi erano visioni opposte su Europa, inflazione, investimenti, riconversioni e ristrutturazioni industriali. Che andavano fatte, ma in un contesto di sviluppo della domanda interna».

Tra chi sosteneva la linea critica, poi perdente, c' era l' economista Federico Caffè.
«L' ho conosciuto dopo un periodo di ricerca passato in Inghilterra e a Berkeley. Mi volle incontrare perché gli era capitata tra le mani una raccolta di miei articoli critici verso i nuovi orientamenti ecomomici. Li apprezzò molto, ma mi disse: la prenderanno in giro perché si vede lontano un miglio che è un autodidatta (all' Università avevo studiato diritto).
Così, per tre anni, due pomeriggi a settimana mi fece da maestro».

Un allievo di Caffè è oggi al vertice della Bce.
«Caffè considerava Draghi il suo migliore allievo. Quando Draghi accettò le teorie delle aspettative razionali, ripudiando il keynesismo e passando nell' orbita di Goldman Sachs, Caffè accusò il colpo».

Nel 1989 Andreotti le scrisse per chiederle di far parte del suo nuovo governo.
«Aveva letto una mia intervista dove criticavo le scelte fatte otto anni prima. Mi scrisse chiedendomi di collaborare per cambiare l' economia italiana. Io avevo lasciato l' amministrazione pubblica, decisi di rientrare».

Di nuovo al Bilancio. Ministro: Paolo Cirino Pomicino.
«Vengo messo al vertice del ministero. Non era un ministero importante dal punto di vista della spesa, ma lo era dal punto di vista delle procedure. E tutto passava da me».

Durò pochi mesi.
«Guido Carli, ministro del Tesoro, ricevette una telefonata da Helmut Kohl. Andreotti si arrese alle sue pressioni, che si univano a quelle di Bankitalia, Fondazione Agnelli e Confindustria, la quale invece di fare gli interessi degli iscritti faceva gli interessi dei pochi che avrebbero poi venduto le proprie aziende a buon prezzo, mentre quelle di Stato furono svendute a prezzo di magazzino».

Perché Kohl aveva voce in capitolo?
«Kohl e Mitterrand avevano fatto un patto. Il primo voleva la riunificazione tedesca, il secondo voleva evitare, per ragioni di immagine, la svalutazione del franco come via alla competitività dell' economia francese. Da quel patto nacque l' euro».

Quel patto cosa significò per noi?
«Con i cambi fissi e poi la moneta unica, che ci impediva di svalutare, perdemmo la grande impresa privata e si ridimensionò notevolmente l' industria a partecipazione statale. Solo le pmi, contro i pronostici, resistettero. In fondo, la Francia ha pagato un prezzo maggiore».

Dell' enorme debito pubblico non ci siamo più liberati.
«Ma con i tassi in calo dagli anni '90 e con gli avanzi di bilancio che registriamo da tempo, avrebbe dovuto calare. Invece sale».

Come lo spiega?
«È l' effetto dei contratti derivati firmati da Stato ed enti locali dopo il 1992. Una finanza nascosta, segretata, fatta di accordi con grandi banche che, sapendo che i tassi di interesse sarebbero scesi, si assicuravano dai mancati arricchimenti facendo pagare la differenza allo Stato, alle Regioni, ai Comuni. Sul tema una commissione d' inchiesta sarebbe doverosa».

La sua tappa successiva nell' amministrazione pubblica fu al ministero del Lavoro, dove fu critico con la parola d' ordine dei tempi nuovi: la flessibilità.
«Non con la flessibilità in sé, ma con la flessibilità come obiettivo da massimizzare. Confindustria svalutava il lavoro e i sindacati si giravano dall' altra parte, mentre si spartivano la torta della formazione professionale. La flessibilità è necessaria, ma va scambiata con salario: più sei flessibile, più ti pago».

Svalutazione del lavoro, attacco al sistema industriale, freno agli investimenti pubblici, cessione della sovranità monetaria. Ripercorrendolo al contrario, è il filo rosso che collega gli ultimi 30-40 anni.
«Ecco perché non va attaccato semplicisticamente l' euro, ma tutto l' impianto di cui l' euro è una parte».

Fonte:QUI

venerdì 20 gennaio 2017

‘Ndrangheta: il patto tra clan e impenditori

Calabria, patto tra clan e imprenditori: 35 fermi. “Scoperto codice degli appalti della ‘ndrangheta che impoverisce la regione”

L'inchiesta “Cumbertazione” ha fatto luce sul sistema per rastrellare la maggior parte dei lavori in provincia di Reggio Calabria e Cosenza: dallo sviluppo “water front” di Gioia Tauro al progetto per lo svincolo di Rosarno passando per la riqualificazione del percorsi pedonali della città della Piana.

“Abbiamo scoperto il codice degli appalti della ‘ndrangheta che impoverisce la Calabria”. Il generale della Guardia di finanza Gianluigi Miglioli è entusiasta durante la conferenza stampa dell’inchiesta “Cumbertazione” che ha portato all’arresto di 35 imprenditori, legati secondo l’accusa alle cosche, che riuscivano a rastrellare la maggior parte degli appalti in provincia di Reggio Calabria e Cosenza.
L’indagine della guardia di finanza (la parte coordinata dalla Dda di Reggio) ruota attorno alla figura degli imprenditori Bagalà (già coinvolti nell’inchiesta “Ceralacca”) e ha stroncato il sistema di infiltrazione della ‘ndrangheta nei lavori pubblici più importanti: dallo sviluppo “water front” di Gioia Tauro ai lavori per lo svincolo di Rosarno passando per la riqualificazione del percorsi pedonali della città della Piana.
“Nella maggior parte dei casi – ha affermato il procuratore Federico Cafiero De Raho – si creava un vero e proprio cartello di imprese che quando alle gare d’appalto presentano le offerte in bianco. Poi chi di dovere si occupa di riempirle in modo che il cartello si aggiudichi i lavori”.
Ma se nella Piana di Gioia Tauro a fare da padrona c’era la cosca Piromalli, in provincia di Cosenza chi dettava legge negli appalti era il boss Franco Muto, finito in carcere a luglio nell’ambito di un’altra inchiesta sul clan di Cetraro.
Dopo il suo arresto, le redini della cosca sono state prese dalla moglie, Angelina Corsanto colpita oggi dal decreto di fermo firmato dal procuratore Nicola Gratteri, dagli aggiunti Giovanni Bombardieri e Vincenzo Luberto e dai sostituti della Dda Camillo Falvo e Alessandro Prontera.
Nel mirino dei magistrati sono finiti tre grossi lavori pubblici per un valore di oltre 100 milioni di euro. Lavori che i Muto sarebbero riusciti ad accaparrarsi grazie al noto imprenditore Giorgio Barbieri che – è scritto nel decreto di fermo – “finisce (anche) per partecipare dell’organizzazione ‘ndranghetistica dei ‘Muto’, della quale infatti implementa la capacità economica con mensili corresponsioni di denaro e il controllo mafioso del territorio”.
I cantieri interessati dall’inchiesta, infatti, sono quello della famosa Piazza Bilotti a Cosenza (che comprendeva  anche la realizzazione di un parcheggio interrato e la gestione per 28 anni della struttura polifuzionale e del Mab), quello del comprensorio sport-natura di Lorica (e la relativa gestione per 25 anni) e la riqualificazione dell’aeroporto turistico di Scalea che sarebbe stato gestito dagli indagati per 25 anni.
Secondo il procuratore Gratteri, tra il Tirreno cosentino e la città Cosenza “era tutta una combine, come nel calcio. Abbiamo scoperto che il maggior imprenditore della provincia, Barbieri, era d’accordo con i colletti bianchi dei Muto. Lavoravano sempre in cordata, a Cosenza come a Cetraro”. Barbieri lavorava anche a Gioia Tauro dove “la cosca Morabito – scrivono i pm – controlla gli appalti pubblici della provincia reggina attraverso la famiglia Bagalà”. Si tratta di una famiglia di imprenditori che ha “creato un cartello di imprese che, anche per il tramite della collusione di funzionari pubblici, si accaparra gli appalti”.
Nelle intercettazioni ambientali, gli inquirenti sentono Giorgio Morabito (procuratore speciale delle società di Barbieri) e l’imprenditore cosentino parlare di milioni di euro. In particolare, più volte Giorgio Morabito fa riferimento a un “milione di euro ‘chiesto’ da Barbieri, che lui aveva anticipato perché si era ‘impegnato’ e per non “perdere la faccia’”.
La restituzione di quei soldi doveva avvenire l’11 maggio scorso ma in realtà i due si incontreranno il giorno successivo quando la guardia di finanza registra una  conversazione dalla quale emerge la capacità del principale indagato di trovarsi a suo agio tanto con la ‘ndrangheta quando con la politica. “Barbieri raccontava a Morabito – è scritto nel provvedimento di fermo – di aver avuto un incontro il giorno precedente a Lorica con il Presidente della Regione, con il quale aveva anche cenato, motivo per il quale non si era recato a Polistena il giorno precedente”.
Mentre in provincia di Reggio, Barbieri si limita ad aggiudicarsi gli appalti – scrive la Dda di Catanzaro – “svolgendo il ruolo di prestanome dei Bagalà, per gli appalti pubblici che si aggiudica a Cosenza pretende di gestirli autonomamente, sebbene avvalendosi di numerosi subappaltatori e riesce a ridimensionare le pretese estorsive per il tramite dell’intervento di Franco Muto che ha una partecipazione agli utili di una serie di imprese formalmente intestate a Barbieri”.
La procura di Catanzaro parla di “una consolidata interazione sinergica tra l’imprenditore Barbieri e la cosca di ‘ndrangheta dei Muto: in altre parole, un rapporto di sostanziale sinallagma che poggia, da un lato, sulla garanzia di intervento della cosca per la soluzione in favore dell’imprenditore e delle sue aziende di problematiche di natura economica come criminale, dall’altro, sulla stabile compartecipazione della stessa cosca ai proventi d’impresa generati da Barbieri”. È quello che il generale Miglioli definisce “il codice degli appalti della ‘ndrangheta”.
Fonte: QUI

Indagati per bancarotta fraudolenta

Mercatone Uno, dieci indagati per bancarotta fraudolenta. Sequestrati anche 170 milioni

Secondo le Fiamme gialle gli indagati - che includono i soci storici Romano Cenni e Luigi Valentini, alcuni loro familiari e altri manager - avrebbero prosciugato la struttura commerciale attraverso una serie di manovre finanziarie e societarie.

Dieci indagatisequestri per un valore di 170 milioni di euro e una serie perquisizioni per quello che è stato un impero della grande distribuzione in Italia. La Guardia di Finanza di Bologna ha eseguito un’operazione nei confronti di 10 persone, tra cui i soci fondatori, per il dissesto della Mercatone Uno di Imola, la catena di distribuzione di mobili, caduta in crisi negli ultimi anni e che a fatica sta provando a rialzarsi. Per tutti gli indagati l’accusa è quella di bancarotta fraudolenta patrimoniale per distrazione: secondo le Fiamme gialle avrebbero prosciugato la struttura commerciale attraverso una serie di manovre finanziarie e societarie. La catena di distribuzione due anni fa era entrata in amministrazione straordinaria, schiacciata da 500 milioni di passivo che avevano messo a rischio il futuro di oltre 3mila dipendenti sparsi in tutta Italia. Un dissesto finanziario che, secondo la Guardia di finanza, è stato provocato non solo dalla crisi economica generale che ha colpito i consumi, ma anche dalle operazioni finanziarie dei suoi vertici fra il 2005 e il 2013.
L’inchiesta della procura della Repubblica di Bologna è ancora aperta ed è coordinata dal procuratore capo Giuseppe Amato e dal sostituto Michele Martorelli. Sul campo lavorano gli uomini del nucleo di polizia tributaria della Guardia di Finanza di Bologna guidati dal colonnello Luca Torzani. Iscritti nel registro degli indagati i due soci storici del Mercatone Uno Romano Cenni e Luigi Valentini, alcuni loro familiari e altri manager.
Secondo la ricostruzione dell’accusa, che andrà verificata nel corso delle indagini, tutto inizia tra il 2005 e il 2007 quando i vertici del gruppo attuano una riorganizzazione societaria. A gennaio 2006 creano la Mercatone uno Holding (a sua volta divisa in Mercatone Uno Estate e Mercatone Uno Business) e un fondo immobiliare (Mercatone uno Property fund) al quale trasferiscono gli immobili del gruppo. Prima però aumentano i canoni di affitto pagati dalle società – interne al Gruppo – che gestiscono i centri vendita. Secondo i finanzieri, è proprio grazie a questa operazione che, al momento della riorganizzazione, si creano riserve per 140 milioni di euro che finiscono nella pancia delle nuove società.
Nel giugno 2007 ne vengono costituite altre due in Lussemburgo, riconducibili a Cenni e Valentini, alle quali la Mercatone Uno Estate vende, a rate, gran parte delle quote del fondo immobiliare per un valore di 170 milioni di euro. Da allora in avanti, secondo le Fiamme Gialle, sarebbe stato creato un sistema per far sì che che i pagamenti delle rate per la cessione di quegli immobili avvenissero con denaro dello stesso Gruppo Mercatone Uno: cioè con la distribuzione ai soci – dunque anche a Cenni e Valentini – di quelle stesse riserve create in precedenza attraverso la riorganizzazione societaria e l’aumento dei canoni di locazione.
Infine tra il 2012 e il 2014, terminato il pagamento delle rate, secondo l’accusa Cenni e Valentini smontarono la struttura delle società estere e riportarono il patrimonio immobiliare del gruppo alla società Cve, da loro stessi controllata e che ha continuato finora a incassare i canoni di locazione dalle società del gruppo Mercatone Uno. Secondo la Guardia di finanza gli indagati, tramite le loro società lussemburghesi e in seguito la Cve (ora sotto sequestro preventivo), hanno incassato negli anni canoni di locazione in maniera indebita per almeno 100 milioni di euro.
La famiglia Cenni, in una nota dell’avvocato Luigi Lebro “si dichiara estranea a qualsiasi illecito e ritiene che l’analisi degli stessi documenti oggi sequestrati dimostrerà la piena legittimità del proprio operato”. Tutto secondo le regole spiega dunque il difensore: “L’operazione di scorporo immobiliare (spin off) del 2006 di parte degli immobili del Gruppo Mercatone Uno – dice l’avvocato Lebro – venne condotta secondo modalità assolutamente consuete, verificata da primari consulenti, nel pieno rispetto della normativa e fu approvata dagli organi istituzionali di controllo; l’operazione fu concepita ed attuata nell’esclusivo interesse del Gruppo e non certo per quello dei soci”.
Intanto la situazione di Mercatone uno, nonostante il buon andamento degli affari nel 2015-2016, continua a essere delicata. Nel settembre 2016 è andata a vuoto l’offerta di acquisto e i commissari giudiziali, nominati due anni fa, in base alla legge Marzano, stanno preparando una nuova gara.
Fonte: QUI

Fondi neri di Petrobras: Morto il giudice in incidente aereo

Brasile, morto in incidente aereo il giudice che si occupava del processo sui fondi neri di Petrobras

L'aereo su cui Teori Zavascki viaggiava, stando alle prima notizie, è precipitato in mare vicino a Paraty, località turistica sul litorale di Rio de Janeiro. Il pm Sergio Moro, titolare in prima istanza della maxi inchiesta Lava Jato che ha travolto decine di uomini politici e portato alla messa in stato d’accusa della presidente Rousseff, si è detto "perplesso"

E’ morto in un incidente aereo il giudice della Corte suprema brasiliana relatore del processo nato dell’inchiesta sui fondi neri della compagnia petrolifera statale Petrobras, la Mani Pulite verde-oro che ha travolto decine di uomini politici compreso l’ex presidente Ignacio Lula Da Silva. L’aereo su cui Teori Zavascki viaggiava, stando alle prima notizie, sarebbe precipitato a Paraty, località turistica sul litorale di Rio de Janeiro, dove avrebbe dovuto trascorrere un periodo di ferie. L’aereo, un modello Hawker Beechcraft King Air C90, è caduto in mare, dove sono nel frattempo giunti i soccorritori. Delle quattro persone a bordo, solo una sarebbe sopravvissuta.
Il pm Sergio Moro, titolare in prima istanza dell’inchiesta Lava Jato (‘autolavaggio’, come la polizia ha battezzato l’operazione della polizia), ha detto che è morto “un eroe brasiliano” e ha aggiunto di essere “perplesso” per l’accaduto. L’inchiesta Lava Jato, che ha portato a decine di arresti, ha profondamente scosso il Paese. Lula Da Silva è stato rinviato a giudizio e il terremoto politico ha portato alla messa in stato d’accusa della presidente Dilma Rousseff nel settembre 2016. Zavascki, 68 anni, era decollato da San Paolo diretto a Paraty per un periodo di ferie.
Fonte: QUI

Caserta, il comandante dei carabinieri e la politica

               Caserta, il comandante dei carabinieri al politico: “Sto lavorando per te e per fare il servizietto al tuo avversario”

Inchiesta della Dda, indagato per corruzione un sottufficiale dei carabinieri. Rapporti “di servile sudditanza” con Pasquale De Lucia, ex sindaco ed ex consigliere regionale campano Udc, arrestato per associazione a delinquere. Al telefono il militare avrebbe concordato con De Lucia come e quando fare un blitz per danneggiare elettoralmente Emilio Nuzzo, capo della coalizione rivale alle amministrative di San Felice a Cancello (Caserta)

“Proprio questa notte stavo lavorando per voi, prima di Pasqua ci facciamo il servizietto”. Al telefono il comandante dei carabinieri di San Felice a Cancello (Caserta) sembra contento. E’ il 19 aprile 2011 e dall’altro capo c’è il sindaco uscente Pasquale De Lucia, Udc, da pochi mesi dichiarato decaduto da consigliere regionale per non essersi messo in tempo in aspettativa dal lavoro di dipendente della Regione Campania. Il maresciallo e De Lucia starebbero complottando un’operazione: l’ispezione a casa dei familiari del rivale politico di De Lucia, Emilio Nuzzo, candidato sindaco del centrodestra, per contestare un furto di energia elettrica, un allaccio abusivo alla rete pubblica. “Il servizietto” cui accenna il maresciallo è questo: denuncia all’autorità giudiziaria e sputtanamento. Siamo in piena campagna elettorale per le amministrative che si terranno di lì a un mese e l’avversario di De Lucia subirà un danno di immagine quando la notizia diventerà pubblica. Nuzzo vincerà comunque le elezioni contro Carmine Campagnuolo, sostenuto da sei civiche tra cui una dal nome ‘Uniti per De Lucia’.


Secondo il Gip Mario Morra, il comandante dei carabinieri, maresciallo T. F., “spicca per la disponibilità e dedizione” verso De Lucia, arrestato per associazione a delinquere, corruzione e rivelazione di segreti d’ufficio con l’aggravante del metodo mafioso nell’ambito di un’inchiesta della Dda di Napoli. Per i suoi rapporti “di servile sudditanza” con il politico, il militare è indagato per corruzione: il Gip ne ha respinto l’arresto dichiarando l’incompetenza territoriale e restituendo gli atti ai pm Catello Maresca ed Alessandro Milita. Senza accuse o aggravanti di camorra, il reato è stato ritenuto disconnesso da quelli di competenza dell’Antimafia, se ne occuperà la Procura ordinaria di Santa Maria Capua Vetere. Dalle intercettazioni depositate, avvenute tra il 2009 e il 2011, traspare la confidenza tra il comandante e l’ex sindaco. E il presunto prezzo della corruzione tra i due: l’intercessione del politico per la nomina del sottufficiale a Cavaliere della Repubblica. Avvenuta circa un anno prima. La notizia uscì sui giornali. Con le foto. Tra le ‘autorità presenti’ in Prefettura di Caserta, un sorridente De Lucia. Ecco la conversazione del ‘servizietto’ da fare a Nuzzo.



19 aprile 2011Maresciallo: Onorevole buongiorno!
Pasquale: Buongiorno.. . chi è ?
Maresciallo : Maresciallo di Cancello!.
Pasquale: ooh…ooh..oh..oh.. (inc) supremo!!!
Maresciallo : Eh… Io. Fino alla notte..alle quattro..alle cinque… proprio stanotte stavo proprio lavorando per voi…
Pasquale: Ma chi ve lo fa fare !!! Tanto la medaglia non c’e la danno !!!
Maresciallo: No ma io lavoravo per voi !!!
Pasquale: Sìì Eh.. eh.. he.. (ride). Comando.. io.. io ho precisato al vostro collaboratore che sono…
Maresciallo: Noi. no..no.. ma io già stavo facendo già io… non vi preoccupate….
Pasquale: Siccome mi è arrivata sta cosa ho ritenuto opportuno farvela… (ndr si riferisce all’esposto relativo al furto di energia elettrica da parte della famiglia Nuzzo) anche perché citava il fatto che eravate stati avvisati e non era arrivato nulla, e nella lettera si dice “caccia i palle come sai fare visto le cattiverie che hai ricevuto” per cui io… non lo… (inc)
Maresciallo: Nooo.. ehhh prima.. prima di Pasqua ci facciamo il servizietto…. se è tutto a posto (ndr si riferisce al controllo presso l’abitazione della famiglia Nuzzo)…
I due discutono dei tempi del blitz
Pasquale. Prima di Pasqua la fate la verifica o no.. Comandà…?
Maresciallo: No io.. mo adesso ho finito di parlà… perché quello ho preso appuntamento… quello… lo sapete…questi.. devono venire dopo gli orari di lavoro, perche’ è la sera no….alIora domani viene il.. titolare…(ndr si riferisce al titolare della Ditta Elettrogesuele)
Pasquale: sì
Maresciallo: E poi… concordiamo o giovedì o venerdì santo
Pasquale: vu bene, va bene…
Maresciallo: Poi vi faccio… Io vi volevo fare la sorpresa!!! Macché… neanche la sorpresa (ride)
L’ispezione andrà a segno. Nuzzo non viene indagato (la denuncia riguarda solo i suoi familiari) ma ovviamente va comunque su tutte le furie, perché la notizia viene immediatamente amplificata. Reagirà con una controdenuncia ai carabinieri di Maddaloni. Dichiarandosi vittima di una montatura, e lasciando intendere che i carabinieri di Cancello potevano essere stati coinvolti nella manovra elettorale a suo danno. Il resto è cronaca giudiziaria di queste ore.
FONTE: QUI


lunedì 19 dicembre 2016

Viaggio in India, le scuse non bastano. Oggi Alessandra Moretti rimette il mandato da capogruppo Pd

Alessandra Moretti (Ansa)

 "Ho scritto ai consiglieri regionali del Pd per convocarli lunedì mattina. Durante quell'incontro intendo rimettere il mio mandato da capogruppo in Regione". Lo aveva annunciato sul suo profilo Facebook Alessandra Moretti, capogruppo del Pd in Regione Veneto, a pochi giorni dalla bufera causata dal suo viaggio in India, mentre i suoi colleghi del Consiglio regionale del Veneto erano impegnati nell'esame della legge di bilancio.    

 "Ritengo opportuno in questa fase non esporre i colleghi a strumentalizzazioni di sorta e, pur avendomi loro rinnovato la fiducia, credo sia doveroso tutelare la coesione della squadra in Regione e nel contempo dare un segnale ai cittadini", ha continuato.   
Due giorni prima prima erano arrivate le scuse, sempre via Facebook
Fonte: RaiNews




Tenta fuggire da ospedale, cade e muore

Tenta fuggire da ospedale, cade e muore

SASSARI, 19 DIC - È mistero a Sassari sulle ragioni che hanno portato alla tragica morte di un uomo di 75 anni, Giovanni Piga, di Sennori, avvenuta domenica mattina alle 6.30 nell'ospedale Santissima Annunziata. La vittima ha tentato di scappare dal reparto di Medicina interna, dove era ricoverato da alcuni giorni, utilizzando una corda realizzata con le lenzuola per calarsi da una finestra del primo piano, ma è precipitato nel vuoto e per lui non c'è stato niente da fare. All'inchiesta aperta dalla Procura di Sassari in base al rapporto dei carabinieri del Nucleo operativo, si è aggiunta l'indagine interna dell'Azienda ospedaliero-universitaria.

Piga si è allontanato dalla sua stanza e dopo aver legato la corda ha scavalcato una finestra che si affaccia sul lato posteriore della nuova ala del Santissima Annunziata. L'uomo ha perso la presa ed è precipitato per una decina di metri. Il direttore generale dell'Aou, Antonio D'Urso, e quello sanitario, Nicola Orrù, hanno avviato accertamenti interni.
Fonte: Ansa.it



Così è morto sbranato dal cinghiale


LA TRAGEDI ASENIGALLIA Disperazione e dolore a Pianello di Cagli per la morte del 62enne Rolando Caimmi avvenuta nel corso di una battuta di caccia al cinghiale in località la Romita,lungo la strada che collega Cagli alla frazione dove l’uomo, originario di Senigallia, risiedeva insieme alla moglie. Domani mattina all’obitorio di Urbino è in programma l’identificazione del cadavere. Dopo di che si procederà all’esame autoptico della salma per stabilire quali siano state le cause del decesso.

Quasi impossibile ricostruire con esattezza la dinamica della disgrazia. Con ogni probabilità l’uomo, insieme ad un compagno, si era appostato in attesa che l’animale,già ferito da un primo colpo pallettone a segno, transitasse per assestargli l’ultimo colpo. Ad un certo punto il cacciatore avrebbe preferito inoltrarsi da solo lungo il costone per stare dietro ai cani. Forse convinto di entrare in azione per cogliere l’animale di sorpresa.
Fonte: Corriere Adriatico

Stefano Callegaro denuncia Striscia la Notizia


Stefano Callegaro è pronto a dare battaglia all’equipe di Striscia la Notizia.

L’ex vincitore della quarta edizione di MasterChef Italia ha infatti dichiarato guerra ad una serie di noti volti del tg satirico, fra cui Antonio Ricci, Max Laudadio e Ficarra e Picone.
I conduttori sono accusati di «aver rovinato la vita» allo chef tormentando il vincitore del seguitissimo programma di Sky e di averlo diffamato, raccontando che era già uno chef professionista.
«A causa di Striscia la Notizia mi hanno strappato diversi contratti in faccia. Ho subito 38 appostamenti, che nemmeno Wanna Marchi, e a me la loro satira non ha fatto ridere per niente», ha dichiarato Callegaro secondo il sito Polesine24.
In precedenza l’indagine era già stata archiviata dal pm Monica Bombana con nulla di fatto, ma Callegaro — rappresentato dall'avvocato Franco Portesan di Adria —, si è opposto all’archiviazione sottolineando come il programma e i suoi autori abbiano arrecato danno alla sua immagine. Motivo per cui il caso è stato nuovamente discusso il 7 dicembre davanti al giudice per le indagini preliminari di Rovigo, Alessandra Martinelli.
Fonte: covermg.com



domenica 3 luglio 2016

Reggio Emilia, Delrio contestato al banchetto Pd per il si al referendum


Il ministro alle Infrastrutture attaccato duramente da un cittadino campano mentre, al Conad di Pieve, stava firmando per promuovere il si al voto popolare di ottobre sulla riforma costituzionale

Imboscata a Graziano Delrio mentre, tornato nella sua Reggio Emilia, stava firmando al banchetto Pd per la promozione del si al referendum costituzionale di ottobre. Mentre il ministro alle Infrastrutture stava chiacchierando con dei cittadini, all'ombra del Conad di Pieve, un uomo di origini campane si è avvicinato minaccioso.


E subito sono cominciate le urla e le contestazioni, a ritmo di "Governo di non eletti" e "chi vi dà il diritto di distruggere la Costituzione". In un primo momento il ministro ha provato a ribattere civilmente al contestatore ma, quando i toni si sono surriscaldati e sono cominciati gli insulti personali, è intervenuto anche il sindaco Luca Vecchi per allontanarlo


Fonte: gazzettadireggio.gelocal.it



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mercoledì 4 maggio 2016

Intercettazioni chock per il direttore di Telejato (Pino Maniaci)


Oggi, su tutti i maggiori canali d informazioni, si parla dell intercettazioni del direttore di Telejato...

ilfattoquotidiano.it  scrive:
Il giornalista simbolo dell'antimafia dovrà anche allontanarsi dalle province di Trapani e Palermo. E' accusato di aver chiesto denaro ai primi cittadini di Partinico e Borgetto. Al telefono con l'amante: "Tu non hai capito la potenza di Pino Maniaci, ti faccio vincere quel concorso". L'inchiesta nei suoi confronti è partita per caso nel 2014 mentre i magistrati stavano conducendo le indagini sulle cosche locali.


Non potrà mettere piede a Partinico, la sua città, e dovrà anche allontanarsi dalle province di Trapani e Palermo, dove da vent’anni la sua televisione denuncia boss di Cosa nostra e imprenditori collusi. Il giudice per le indagini preliminari di Palermo, Ferdinando Sestito, ha infatti firmato un provvedimento di divieto di dimora nelle province occidentali della Sicilia per Pino Maniaci, il giornalista simbolo dell’antimafia finito sotto inchiesta per estorsione. “Persino un magistrato me l’ha detto: questa volta non me la farà pagare la mafia ma l’antimafia”, era stata l’autodifesa del direttore di Telejato quando il quotidiano La Repubblica aveva anticipato la notizia dell’indagine ai suoi danni. Le intercettazioni e gli interrogatori agli atti della procura palermitana, però, sembrano dire altro: Maniaci è accusato di aver estorto denaro ai sindaci di Partinico e Borgetto in cambio di un atteggiamento morbido del suo telegiornale nei confronti dei due politici. “C’è il sindaco che mi vuole parlare per ora lo attacco perché gli ho detto che se non si mette le corna apposto lo mando a casa, a Natale non ti faccio arrivare, te ne vai a casa e non scassi più la minchia”, dice Maniaci, intercettato, mentre parla con la sua amante, che per tre mesi è stata assunta proprio al comune di Partinico: “Quello che non hai capito tu è la potenza; tu non hai capito la potenza di Pino Maniaci! Stai tranquilla che il concorso te lo faccio vincere”, dice il direttore di Telejato al telefono mentre i carabinieri ascoltano. E’ il 14 novembre del 2014. “Quel contratto non poteva essere rinnovato ma Maniaci diceva che dovevamo farla lavorare a tutti i costi, così io e alcuni assessori ci siamo tassati per pagarla”, ha messo a verbale il primo cittadino Salvo Lo Biundo.

Il procuratore aggiunto Vittorio Teresi e i sostituti Roberto Tartaglia, Amelia Luise, Annamaria Picozzi e Francesco Del Bene, stavano conducendo un’indagine sulle cosche mafiose locali, che stamattina ha infatti portato all’arresto di nove presunti uomini d’onore, quando si sono imbattuti nelle intercettazioni di Maniaci. “Mi voglio fare dare 100 euro, ma dice che in tasca non ne aveva: i piccioli li deve andare a cercare a prescindere, così ne avanzo 150”, dice il direttore di Telejato, riferendosi alle somme estorte al sindaco di Partinico. “Ormai – continua – tutti e dico tutti si cacano se li sputtano in televisione: a me mi hanno invitato dall’altra parte del mondo per andare a prendere il premio internazionale del cazzo di eroe dei nostri tempi”. Agli atti dell’indagine sul giornalista, inserito nella lista dei cento eroi mondiali dell’informazione da Reporter senza frontiere, c’è però anche altro. Per esempio le prove che alcune delle intimidazioni a suo carico non arriverebbero da Cosa nostra: non sarebbe stata la mafia a bruciare la sua automobile qualche anno fa, e non sarebbero stati i boss ad impiccare i suoi cani nell’inverno del 2014. “Mi minacciano per le inchieste del mio telegiornale”, annunciava Maniaci in pompa magna. E invece le intimidazioni sarebbero arrivate dal marito della sua amante: e il giornalista ne era ben consapevole, nonostante le dichiarazioni ufficiali. “Sono tutti in fibrillazione: persino quello stronzo di Renzi mi ha telefonato”, diceva compiaciuto l’ultimo paladino dell’antimafia finito nella polvere.

Visiona il video cliccando questa immagine

“Mi sembra che la storia sia chiarissima: l’avvocato Cappellano Seminara, il dominus degli amministratori giudiziari, mi ha denunciato per stalking per fare in modo che mi intercettassero”, diceva Maniaci, dopo aver appreso di essere indagato per estorsione. Il riferimento era all’inchiesta condotta dal suo telegiornale sulla gestione dei beni confiscati a Cosa nostra: da lì è poi nata l’indagine della procura di Caltanissetta su Silvana Saguto, ex presidente della sezione misure di prevenzione del tribunale di Palermo, e il suo cerchio magico. “Vogliono farmela pagare”, accusava Maniaci, dato che la stessa Saguto era stata intercettata mentre parlava dell’indagine a carico del giornalista. E invece adesso si scopre che l’inchiesta su Maniaci è nata per caso nel 2014, ben prima cioè che Telejato si occupasse del business dei beni sequestrati a Cosa nostra.
ilfattoquaotidiano.it

Adesso cosa accadrà? Usciranno retroscena ? Accetterà o accetterano che escano "notizie" o "fatti" scomodi per qualcuno ?  Restate INFORMATI sui nostri canali !!

lunedì 25 aprile 2016

Verità su Giulio Regeni (Arrestano Giornalista)




Il caso del nostro Giulio Regeni, torturato e ucciso in modo disumano, diventa sempre più un caso diplomatico, il quale la famiglia e l opinione pubblica a tutti i livelli chiede ad alta voce VERITà e GIUSTIZIA.

L Egitto, paese con problematiche diffuse in molti campi e poco chiarificatore si è "scontrato" con il nostro paese dove, dando spiegazioni VERGOGNOSE, ospitando e essendo ospitata dalle istituzioni idonee al caso stesso, ha decisamente PRESO PER I FONDELLI, calpestando ancora la figura dello stesso Giulio, della famiglia e di tutto il POPOLO ITALIANO nascondendo la VERITà che tutti ancora attendiamo...

ilfattoquotidiano.it  con il titolo " Regeni, arrestata giornalista egiziana che indagò sul caso del ricercatore italiano. Raffica di fermi per cronisti e attivisti ", riporta la notizia del conseguimento dei fatti sul caso Regeni:

Basma Mostafa, autrice dell'intervista alla famiglia a casa della quale erano stati trovati i documenti del ricercatore italiano, è stata presa dalle forze dell'ordine vicino a piazza Tahrir insieme a sei colleghi. Il Cairo indaga sulla Reuters: "Ha diffuso notizie false"

Arrestata insieme ad altre sei colleghi mentre il clima in Egitto si fa sempre più teso in vista delle manifestazioni contro Al Sisi. Basma Mostafa, giornalista di 26 anni e autrice dell’intervista alla famiglia presso la quale erano stati trovati i documenti intestati al ricercatore italiano Giulio Regeni, è stata presa dalle forze dell’ordine vicino a piazza Tahrir. Intanto l’Egitto ha annunciato di aver aperto un’inchiesta contro la Reuters, l’agenzia di stampa internazionale giovedì, che citando sei fonti di polizia e di intelligence, aveva rivelato che Giulio Regeni era stato arrestato dalla polizia egiziana la sera della sua scomparsa, il 25 gennaio, e poi trasferito in un compound gestito dai servizi di sicurezza interni.

Arresti preventivi di attivisti e difensori dei diritti umani sono stati compiuti a centinaia nei giorni scorsi. Sabato 24 aprile è stato arrestato Ahmed Abdallah, direttore della Commissione egiziana per i diritti e le libertà (Ecrf), ong del Cairo che l’11 aprile prima aveva reso noti i dati relativi al fenomeno delle sparizioni forzate in Egitto dal 1° dicembre 2015 al 31 marzo 2016: 204 desaparecidos in 4 mesi, di cui 36 a dicembre, 57 a gennaio, 79 a febbraio e 32 a marzo. Di 101 scomparsi non si hanno ancora notizie.

Reuters sotto inchiesta in Egitto - Le autorità egiziane, riporta il Guardian, hanno aperto un’indagine a carico del capo dell’ufficio di corrispondenza dell’agenzia, Michael Georgy. Nella denuncia avviata dal responsabile della stazione di polizia di Azbakiya, la stessa dove l’agenzia ha riferito che il ricercatore italiano era stato portato dopo il suo arresto, si accusa la Reuters di avere pubblicato “notizie false che puntano a disturbare l’ordine pubblico” e di “diffondere indiscrezioni che danneggiano la reputazione dell’Egitto”. Il ministero degli Interni egiziano ha definito “infondate” le notizie pubblicate dall’agenzia, anticipando che le autorità “si riservavano il diritto di intraprendere azioni legali contro chi diffonde notizie false e illazioni”. Il 22 aprile il ministero aveva reso noto di avere denunciato l’agenzia di stampa con l’accusa di “avere pubblicato notizie false utilizzando fonti anonime” sul caso della morte del ricercatore italiano, trovato cadavere il 3 febbraio, il corpo straziato da segni di torture. Lo stesso presidente egiziano Abdel Fatah al-Sisi, si era in precedenza scagliato contro la stampa, colpevole a suo giudizio di mettere in pericolo il Paese diffondendo “bugie e accuse”.

La situazione nel Paese si fa sempre più tesa - Il Cairo ed altre città come Alessandria sono blindate con auto, camion e blindati di polizia e dell’esercito a presidio dei luoghi più noti, come piazza Tahrir, per prevenire manifestazioni di protesta annunciate per oggi da movimenti di opposizione ad Al Sisi ed al governo. Le proteste – vietate dalla legge se non autorizzate con notevole anticipo – sono contro la cessione delle due isole di Tiran e Sanafir, nel Golfo di Aqaba, all’Arabia Saudita, che ne avrebbe ottenuto la restituzione dopo 66 anni da quando,nel 1950 aveva chiesto all’Egitto di proteggerle da possibili assalti di Israele.

Mezzi della polizia e dell’esercito presidiano anche la ‘ringroad’(raccordo anulare) che circonda la capitale e la piazza Rabaa el Adawya, dove alcune centinaia di persone furono uccise il 14 agosto 2013 in scontri con la polizia durante proteste per la deposizione del presidente in carica, Mohamed Morsi, da parte dei militari.

Le manifestazioni – che sono già cominciate a Minya, nel sud, ed a Sharqeya, nel nord – sembrano dover ricalcare anche i contenuti di quella del 15 aprile scorso, quando circa 2000 persone protestarono al Cairo non solo per le isole, ma anche per chiedere che Sisi ed il governo in carica lascino il potere. Sabato discorsi molto fermi contro “le forze del male” che vogliono creare il caos e contro chi minaccia la stabilità e la sicurezza del paese sono stati diffusi in tv e sui siti dallo stesso presidente Al Sisi e dal ministro dell’interno, Mahmoud Abdel Gaffar.

Da ilfattoquotidiano.it

Ognuno di noi deve comprendere e capire, diffondendo e informandosi in prima persona, in modo da non cadere nella disinformazione che il sistema CORROTTO impone da anni.

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Gioco d Azzardo ? Comandiamo noi !!!


Il tema che riguarda tutto il mondo del gioco d azzardo, ancora oggi è un icona senza controllo alcuno, meglio dire che si fingono dei controlli efficaci o si accettano compromessi omertosi.

Dalla notizia riportata da: ilfattoquotidiano.it dal titolo " Slot, buco da 160 milioni. Concessionari e gestori non pagano la tassa",possiamo capire in modo molto chiaro alcuni aspetti che molti di noi ignorano.

La legge di stabilità del 2015 aveva introdotto una contestata tassa a carico del settore della macchinette. Il gettito atteso era 500 milioni con scadenza a ottobre scorso, ma finora ne sono arrivati molti meno. Molti non pagano in attesa di una decisione della Consulta, ma il balzello è in vigore a tutti gli effetti. Un danno all'erario, ma anche alla concorrenza

Era nata male e sta finendo peggio la tassa di 500 milioni di euro ai concessionari e gestori di slot, le cosiddette macchinette mangiasoldi piazzate ovunque, circa 400mila apparecchi che strabordano in bar, pizzerie, ristoranti, mense, aeroporti, stazioni, supermercati. I soggetti della filiera, cioè i 13 concessionari, i 4mila gestori sparsi in tutta Italia e la miriade di esercenti avevano criticato con intensità e argomentazioni diverse la misura decisa dal governo con la legge di Stabilità del 2015. Poi obtorto collo sembrava avessero deciso di pagare. Con il passare del tempo, però, molti hanno cambiato idea sottraendosi all’obbligo di sborsare la prima rata pari al 40 per cento degli importi dovuti entro aprile dell’altr’anno e la seconda con il restante 60 per cento entro ottobre.

Sono passati altri 6 mesi e ora nei conti dello Stato c’è un altro buco. «Mancano 160 milioni di euro», conferma il Direttore dei Giochi dell’Agenzia dei Monopoli, Roberto Fanelli, parlando con ilfattoquotidiano.it. Fanelli spiega: «Ovviamente cercheremo di recuperare quei soldi, almeno una parte, non ci sono scuse all’evasione, ma c’è da dire pure che quella norma che introduceva i 500 milioni di tassa non era proprio un esempio di nitidezza, meglio sarebbe stato il governo avesse aumentato già allora il prelievo unico erariale».

Forse è anche sulla base di questa considerazione che la legge di Stabilità di quest’anno ha abrogato la tassa secca dei 500 milioni sostituendola con un sistema più semplice e gestibile, proprio l’aumento del Prelievo erariale unico (Preu) applicabile agli apparecchi formalmente definiti «da divertimento e intrattenimento», cioè le classiche slot (le Awp) e le aggressive videolotteries (Vlt). Sulle prime il Preu sarà incrementato del 4,5 per cento, sulle seconde dello 0,5. Il buco nei conti, però, intanto resta anche perché sull’argomento c’è pendente una sentenza della Corte costituzionale. E molti gestori, memori della famosa supermulta di 95 miliardi di euro poi ridotta strada facendo dalla Corte dei conti a poche centinaia di milioni e addirittura abbonata a chi non aveva pagato nulla, preferiscono prendere tempo sicuri di sfangarla anche in questa occasione.

La quota annuale da versare all’Erario era diversa da concessionario a concessionario, calcolata in base al numero di macchinette. Lottomatica, per esempio, a cui fanno riferimento circa 80mila slot, avrebbe dovuto versare circa 97 milioni di euro, Sisal (38 mila slot) 46 milioni, Bplus (70mila slot) 84 milioni, Gamenet (38mila slot) 46 milioni e così via. A conti fatti c’è chi ha onorato quasi per intero l’impegno e chi si è sottratto per cifre notevoli.

In questo modo i danni provocati sono due. C’è innanzitutto il danno all’erario, cioè in fin dei conti a tutti i cittadini italiani. E poi c’è un danno per il settore dei giochi perché questa storia dà un colpo alla concorrenza, tra chi ha doverosamente rispettato la legge mettendo mano al portafoglio e risulta punito e chi della legge se ne frega risparmiando un bel po’ di soldi. Anche perché chi non ha pagato non ha subito alcun contraccolpo, neppure la temporanea sospensione dall’albo dei gestori.

La legge era congegnata in modo da far ricadere sui 13 concessionari l’onere del versamento. Avrebbe dovuto funzionare così: i concessionari avrebbero dovuto aprire una trattativa con la «filiera», cioè gestori e esercenti, in modo da concordare pro quota l’onere della tassa per poi raccoglierla e versarla fisicamente ai Monopoli. Ci sono stati concessionari che hanno pazientemente svolto il loro ruolo intavolando una consultazione con i gestori, altri che hanno in sostanza fatto orecchie da mercante. Ci sono stati inoltre concessionari che proponendo condizioni vessatorie per i gestori è come se li avessero implicitamente indotti a non pagare e altri che invece, pur non ricevendo dai gestori quanto pattuito, alla fine hanno anticipato all’Erario le somme dovute.

La tassa dei 500 milioni era stata fin dall’inizio osteggiata da quasi tutti i soggetti del mondo dei giochi. Contro la norma furono presentati numerosi ricorsi al Tar sia dai concessionari sia dai gestori con l’obiettivo di sospendere il pagamento o di bocciare del tutto la legge. Fu sollevata anche una questione di illegittimità costituzionale. Nel frattempo, però, non è stato mai emesso alcun provvedimento di sospensione, la legge è rimasta pienamente in vigore e quindi il pagamento era dovuto. A fine ottobre 2015 c’erano ancora circa 180 milioni da pagare, poi tra novembre e la fine dell’anno sono stati pagati altri 20 milioni. Da allora nessun altro pagamento è stato effettuato e quindi è rimasto un buco di 160 milioni di euro.

Notizia da:  ilfattoquotidiano.it

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La CIA imbarazza l Italia (La spia del Mossad)


La notizia riportata da  ilfattoquotidiano.it dal titolo "Marco Carrai, il suo amico è “una spia del Mossad”. L’inchiesta della Cia che imbarazza l’Italia" 
dice:

Leeden e il fedelissimo di Renzi in corsa per consulenza al coordinamento 007 si frequentano da anni. L'americano al centro di un'indagine del Pentagono. Coinvolto anche l'ambasciatore di Israele a Roma
Sono legati da anni, si sono frequentati tra Washington e Firenze, scambiandosi visite e conoscenze. Ma ora l’amicizia con Michael Ledeen può mettere in difficoltà Marco Carrai e il suo prossimo incarico: la consulenza al Dis (l’organismo di coordinamento dei Servizi segreti) per Palazzo Chigi. Perché se sino a oggi Ledeen era ritenuto vicino all’intelligence statunitense con legami con uomini della P2, adesso un’inchiesta svolta dal Pentagono fotografa nel dettaglio chi è stato e chi è davvero Ledeen, definito dalla Cia “spia di Israele” e per questo allontanato da Washington. Il Fatto è entrato in possesso dei fascicoli d’indagine ed è in grado di raccontare perché il legame di amicizia tra i due rischia di mettere in imbarazzo i Servizi segreti, il governo e le diplomazie.

I conflitti di interesse del “fratello Marco”
Non è bastato il no del Colle a fermare Renzi: il premier vuole portare nel Palazzo l’amico Carrai e così, dopo aver tentato di imporlo a capo della cyber-security, gli sta ora cucendo un abito su misura al Dis. E se per avere la licenza da 007 Carrai avrebbe dovuto spogliarsi dei suoi tanti conflitti di interesse, indossando il mantello della consulenza il problema svanisce: Carrai potrebbe portare con sé l’ingombrante bagaglio. Che non contiene solo gli incarichi pubblici come la presidenza di Aeroporti Firenze o le poltrone nei cda tra cui quella nella fondazione Open – la cassaforte del premier – con Luca Lotti e Maria Elena Boschi. Né si limita alle aziende estero­vestite in Lussemburgo e Israele come la Wadi Venture con soci che hanno legami con l’esecutivo tra cui nominati in Finmeccanica e imprenditori con appalti pubblici, come raccontato dal Fatto settimane fa. Il conflitto di interessi di Carrai si estende anche ai suoi legami, a partire da quello con Ledeen.

Le visite a Firenze pagate dalla Provincia
In Italia di lui si sa poco, nonostante Ledeen abbia superato i 70 anni. Meno ancora si conosce del suo legame con il 40enne Carrai, che definisce il premier “mio fratello”. Si sa che i due sono molto legati. Tanto che Ledeen è arrivato da Washington a Firenze nel settembre 2014 per partecipare al matrimonio dell’amico di cui Renzi era testimone. Un rapporto coltivato negli anni. E allargato all’attuale premier nel 2006 quando la Provincia di Firenze pagò un viaggio a Ledeen, da Washington al capoluogo toscano, organizzato da Carrai, all’epoca capo gabinetto di Renzi, per far conoscere a suo “fratello” l’amico statunitense. Nell’autunno 2008, sempre a spese della Provincia, Renzi assieme a Carrai fa il tragitto inverso e ricambia la visita.

In Italia Ledeen ha altri buoni amici, condivisi con l’amico aspirante 007. In particolare Noar Gilon, dal 2012 ambasciatore d’Israele a Roma. Da allora il diplomatico è apparso più volte al fianco del futuro consulente del Dis. Nella Capitale e a Firenze. Insieme hanno organizzato un convegno con Confindustria sponsorizzato anche da Aeroporti Toscani (società presieduta da Carrai). Ma soprattutto hanno pianificato la visita del premier israeliano Benjamin Netanyahu a Firenze lo scorso agosto, accogliendolo al suo arrivo a Peretola e presentandolo poi a Renzi con una cerimonia a Palazzo Vecchio.

Carrai ha interessi privati a Tel Aviv, dove sono presenti due società a lui riconducibili con soci pesanti in Israele come Jonathan Pacifici e Reuven Ulmansky, veterano della Nsa, ex Unità 8200, dell’Israel Defence Force. Legami importanti, che porterà con sé sotto il mantello di consulente del Dis.

Ledeen e Gilon si conoscono almeno dal 1996. Il loro rapporto è nato a Washington. E si è sviluppato e consolidato attraverso l’Aipac, l’American Israeli Public Affaire Committee: la lobby pro Israele negli Stati Uniti, la più potente al mondo, il cui sostegno è ritenuto fondamentale per arrivare alla Casa Bianca. Il 21 marzo sia il repubblicano Donald Trump sia la democratica Hillary Clinton sono intervenuti al convegno Aipac. Ma per quanto ritenuta determinante dalla politica è temuta dai servizi di sicurezza americani e monitorata perché in due casi sono stati individuati all’interno della lobby uomini dei servizi segreti del Mossad. E per quanto forti siano i rapporti di amicizia tra gli Stati Uniti e Israele, il Pentagono non ama intrusioni straniere nella propria intelligence. Ed è proprio nell’ultima inchiesta, che ha individuato un flusso illegale di informazioni riservate della presidenza statunitense al Mossad, che è emerso il legame tra Ledeen e Gilon.


Rete di spie di Tel Aviv scoperta dagli americani
L’indagine, svolta dall’Fbi, è stata chiamata Aipac. Lawrence Franklin, capo analista dell’allora sottosegretario alla Difesa Douglas Feith, è stato inizialmente condannato a 12 anni di carcere dal tribunale della Virginia per aver trasmesso informazioni top secret a due esponenti della lobby israeliana e a un diplomatico israeliano dell’ambasciata a Washington. Franklin ha confessato che i suoi due referenti nell’Aipac erano il direttore degli affari politici, Steven Rosen, il responsabile del desk iraniano, Keith Wiessman, e il consigliere all’ambasciata israeliana a Washington Naor Gilon. Quest’ultimo, all’inizio del processo, è rientrato a Tel Aviv prima di arrivare in Italia come ambasciatore nel 2012.

Proprio a Roma venne organizzato un incontro tra Franklin e Rhode con il faccendiere Manucher Ghorbanifar, già protagonista dello scandalo Iran-Contra. L’incontro nella capitale, ricostruisce l’inchiesta, fu organizzato da Ledeen che, secondo un report dell’Fbi, aveva un profondo legame con Franklin, almeno dal 2001: la Cia ritiene che loro due siano gli ispiratori del falso dossier sull’uranio nel Niger che venne usato dall’Amministrazione Bush per giustificare la guerra in Iraq.

L’inchiesta Aipac è stata avviata a metà anni Novanta e ripresa nel 2001, dopo l’attacco dell’11 settembre. Gli uomini dell’Fbi mettono sotto osservazione alcuni americani impegnati in lobby di Paesi del Medio Oriente, tra cui l’Aipac. A inizio 2003, durante un appostamento, gli agenti scoprono un collegamento chiave. Seguendo Steve Rosen e Keith Weissman si fermano fuori da un bistrot dove i due pranzano. A loro si aggiunge Gilon, all’epoca capo degli affari politici presso l’ambasciata israeliana a Washington e definito nel report Fbi “specialista dell’armamento nucleare iraniano”. Poi arriva Franklin, alto funzionario dell’intelligence del Pentagono.

I file “Top Secret” finiti al Mossad
Gli agenti filmano l’intero pranzo. Franklin estrae da una valigetta alcuni documenti e li appoggia sul tavolo. “Ma non vengono consegnati a nessuno”, annota l’Fbi. Lui fa il gesto di consegnarli. “Ma il suo presunto complice è troppo intelligente e si rifiuta di prenderli, chiedendo con ogni probabilità di limitarsi a informarlo sul contenuto”, testimonia un funzionario dell’intelligence, riportato da Newsweek. A casa di Franklin vengono trovati diciotto documenti top secret e riservati all’ufficio del presidente degli Stati Uniti. Franklin lavorava in uno dei centri del Pentagono che più hanno promosso la guerra all’Iraq, aggirando anche il dipartimento di Stato e la stessa Cia: il segretissimo “Office of special plans” messo in piedi dal viceministro della difesa Paul Wolfowitz e dal sottosegretario Douglas Feith. Ufficio che aveva rapporti esclusivi con Donald Rumsfeld, segretario alla Difesa e consigliere del presidente George W. Bush.

L’inchiesta prosegue per anni. Sottotraccia. Il processo inizierà solo nel 2006 e la prima condanna sarà emessa nel 2009. Durante le indagini gli agenti scoprono molte attività sospette che riguardano Iraq e Iran. E tutte le strade portano all’ufficio del Pentagono di Feith, nel quale Franklin lavora. Una conduce direttamente a un collaboratore di entrambi: Ledeen, definito dal Jerusalm Post “il guru neocon di Washington”. Fbi e Cia aggiungono altro al suo profilo. E svelano l’intero passato di Ledeen.

 A Roma per Israele da finto agente della Cia
Alla fine del 1970, Ledeen è a Washington come direttore esecutivo dell’Istituto ebraico per gli affari di Sicurezza Nazionale, un gruppo di lobby specializzato nel fare pressioni al Pentagono e al Congresso per far ottenere soldi e armi a Israele. Nei primi anni 80 viene allontanato e riesce ad avvicinarsi al Pentagono. In particolare a Noel Koch, il principale assistente del segretario alla Difesa per gli affari di sicurezza internazionale. Ledeen chiede a Koch di fargli un contratto di consulenza come esperto di terrorismo dicendosi disposto a essere pagato solo se e quando utilizzato. Koch accetta. Ma se ne pente: agli atti del procedimento è allegata una lettera inviata nel 1988 da Koch al Comitato di giustizia della Camera, l’ufficio che sovrintende al Dipartimento di giustizia e all’Fbi.

Con la missiva Koch accusa Ledeen di essere una spia di Israele e chiede al Comitato di indagare sul suo conto spiegando di aver scoperto che Ledeen gli ha mentito e tentato “con insistenze di acquisire informazioni classificate per le quali non ha legittimo diritto”. Koch inoltre specifica che in più casi Ledeen gli chiese copia di atti “altamente segreti della Cia”. In particolare documenti relativi a spie israeliane. “Qualcuno gli ha detto cosa rubare”, ha scritto Koch ricordando di aver chiesto più volte a l’Fbi di indagare su Ledeen ma che “l’alto funzionario Oliver Revell” a cui si rivolgeva “ha sempre respinto le richieste”. La lettera ha fatto avviare le indagini: Revell era amico di Ledeen, per questo respingeva le richieste di Koch.

Nonostante questi trascorsi la “spia d’Israele” riappare nei Palazzi della sicurezza americana. È Feith ad assumerlo come consulente nel suo Ufficio Piani Speciali. Un incarico che gli viene attribuito nel 2001, dopo l’11 settembre. Tra le prima cose di cui si occupa è organizzare un incontro a Roma con alcuni dissidenti iraniani e due dipendenti di Feith: Rhode, neoconservatore e tra gli architetti della guerra in Iraq, e Franklin, ritenuto una spia israeliana.

Durante il processo a suo carico, Franklin ha indicato tra i suoi referenti anche Gilon che tornò discretamente a Tel Aviv dove, dal 2009, è stato capo gabinetto del Ministro degli Esteri, poi vicedirettore per gli Affari dell’Europa occidentale presso gli Affari Esteri. Infine, da febbraio 2012, è a Roma come ambasciatore d’Israele.

Contattato dal Fatto Quotidiano per avere informazioni sul suo coinvolgimento nell’inchiesta, nonché per sapere quali siano oggi i suoi rapporti con Ledeen e Carrai, l’ambasciatore ha preferito non rispondere e ha affidato al suo braccio destro, Amit Zarouk, questa mail: “L’intera inchiesta (giornalistica, ndr) si basa su frammenti di informazione e su una distorta interpretazione di fatti non corretti. È tutto parte di una teoria del complotto che non merita alcuna seria considerazione”. I tentativi compiuti per contattare Ledeen si protraggono senza alcun esito da oltre un mese.

L’inchiesta Aipac ha creato una crisi tra Usa e Israele risolta allontanando da Washington quanti erano sospettati di avere legami con uomini dei servizi di Tel Aviv. Un’operazione di pulizia che ha poi portato il giudice della Virginia Thomas Selby Ellis a ridurre la pena a Franklin prima a otto anni per la sua collaborazione e poi a otto mesi di domiciliari e 100 ore di servizio alla comunità. Servizio, ha detto Ellis, che deve consistere nel “parlare ai giovani dell’importanza per i funzionari pubblici di rispettare la legge del proprio Stato”. Questo accade a Washington. E a Roma?

da Il Fatto Quotidiano del 23 aprile 2016

A voi le riflessioni.......  

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